All’interno dello stesso panel, lo sport è emerso come leva terapeutica e relazionale: strumento di prevenzione, benessere, riabilitazione e inclusione sociale, se praticato in modo sano e accessibile.
Tamara Rabà ha ricordato come «l’esperienza sportiva, se vissuta in modo equilibrato, è fondamentale perché genera relazione, appartenenza, autostima e regolazione emotiva. Lo sport può essere parte del progetto terapeutico, riabilitativo e di reinserimento sociale».
Valentina Di Mattei ha richiamato la base neurobiologica del legame tra movimento e mente: «Sappiamo come il cervello reagisce all’attività fisica: rilascio di endorfine, attivazione dei sistemi della gratificazione e riduzione dell’ansia. In molti casi lo sport agisce come un farmaco naturale, a volte più efficace di un farmaco tradizionale. Dobbiamo arrivare a poterlo prescrivere all’interno dei percorsi sanitari».
Dal punto di vista operativo, Alessandro Carozzi ha raccontato esperienze di riabilitazione sportiva nei centri diurni milanesi: «Tennis, nuoto, calcio: lo sport è uno strumento prezioso per la riabilitazione. Abbiamo anche una squadra iscritta al campionato UISP con altri servizi di salute mentale: imparare a stare in campo significa imparare a stare nelle regole e con gli altri».
Caterina Viganò ha portato esempi di sport inclusivo, come il rugby integrato e il baskin (basket inclusivo): «Sono esperienze in cui la competizione viene calibrata, e dove tutti — atleti con e senza disabilità — partecipano da protagonisti. È in questi spazi che si costruisce salute mentale».
Antonella Costantino, invece, ha posto una riflessione critica: «Attività fisica e sport competitivo non coincidono, soprattutto in età evolutiva. La selezione precoce dei “piccoli campioni” può essere tossica. Dobbiamo chiederci quale sport e come lo proponiamo: quello che educa alla cooperazione, non alla pressione del risultato».
Dalle testimonianze emerge un paradigma condiviso: lo sport come alleato della salute mentale, parte integrante dei percorsi terapeutici e dei programmi di inclusione. Un linguaggio universale che crea relazioni, fiducia, autostima e appartenenza, contrastando isolamento e stigma.
Con la prospettiva di Milano Cortina 2026, la città e i suoi servizi possono fare da modello nazionale: rendere lo sport una infrastruttura di salute pubblica e mentale, dove la performance lascia spazio alla partecipazione, e il benessere diventa un obiettivo comune — per tutti.
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