Nel panel “Salute mentale a Milano: bisogni, percorsi e il ruolo dello sport”, esperti e operatori hanno tracciato un quadro nitido: i bisogni crescono e si diversificano, l’accesso ai servizi resta complesso, e la vera sfida è garantire continuità di cura, integrazione tra servizi e formazione costante degli operatori.

Caterina Viganò ha aperto la discussione parlando dei “bisogni emergenti di integrazione e di sostegno agli operatori”: «Servono risorse per promuovere pratiche basate su evidenze — dall’inserimento lavorativo all’uso dello sport nei percorsi di cura — e per intervenire presto, con pacchetti integrati che combinino farmacologia, psicoterapia e riabilitazione, anche attraverso tecnologie innovative come la realtà virtuale».

Antonella Costantino ha riportato la riflessione sulle cause culturali e sociali del disagio: «Viviamo in una società sempre più espulsiva, dove la pressione per il successo è mostruosa. Parlare di salute mentale solo in termini di “stili di vita” è un arretramento: rischia di colpevolizzare gli individui invece di riconoscere i determinanti sociali».
Per la direttrice della Neuropsichiatria infantile del Policlinico di Milano, occorre «uscire da una psichiatrizzazione continua: la salute mentale è il punto d’arrivo di molti fattori — biologici, ambientali, relazionali — e si intreccia con il neurosviluppo e il benessere psicologico».
Poi l’allarme sui numeri: «Le neuropsichiatrie infantili vedono circa il 9% della popolazione minorile; la psichiatria adulti, sotto i 35 anni, segue meno dell’1%. Il passaggio non può funzionare se l’offerta resta sottodimensionata».

Alessandro Carozzi, direttore della Psichiatria dell’ASST Santi Paolo e Carlo, ha concentrato l’attenzione sul capitale umano: «La riabilitazione passa attraverso le persone. Abbiamo vissuto anni di carenze di psichiatri, infermieri ed educatori. È difficile lavorare nei servizi e le retribuzioni non aiutano i giovani a intraprendere questo percorso».
Alcuni segnali positivi arrivano dall’aumento dei posti in specializzazione, ma resta cruciale «rendere i servizi territoriali — CPS, centri diurni, ambulatori — più accessibili agli adolescenti e ai giovani adulti, sempre più presenti nei pronto soccorso con disturbi di personalità e ansia».

Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ha portato due casi emblematici di disagio urbano: gli studenti universitari e i lavoratori. «Le università milanesi stanno passando dal tutoring accademico a veri percorsi di accompagnamento psicoaffettivo: non possiamo più dare per scontato che chi arriva all’università sia già un adulto formato».
Sul lavoro, i dati sono allarmanti: «Una persona su due manifesta stress cronico. Il lavoro, oggi, può diventare una fonte di sofferenza».
Di Mattei ha invitato a superare le barriere ideologiche: «La salute mentale è un tema pieno di identità professionali e conflitti di competenza. Serve metterla davvero al centro, oltre gli interessi di categoria».

Tamara Rabà, responsabile di Psicologia clinica del Niguarda, ha descritto un disagio “silenzioso e diffuso” tra adolescenti e giovani adulti: «Abbandono scolastico, isolamento, ansia, autolesionismo. Le forme cambiano e richiedono servizi più flessibili, meno rigidi e burocratici. Dobbiamo intercettare prima e garantire continuità tra reparti, territori e progetti».

Il messaggio comune è netto: servono reti stabili, formazione continua, più personale e spazi accessibili dove le persone possano trovare aiuto, orientamento e accoglienza. Milano, con la sua rete integrata di servizi e con l’impegno del Comune, continua a rappresentare un laboratorio urbano per la salute mentale, in cui istituzioni, operatori e terzo settore costruiscono percorsi concreti di inclusione e cura.

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