Nel mondo dello sport professionistico, la mente è spesso il campo più difficile da allenare.
Durante il panel “Voci dallo sport: esperienze e riflessioni su benessere e salute mentale”, ospitato nella Sala Alessi di Palazzo Marino per il lancio di Milano4MentalHealth 2025, Ettore Messina, head coach e President of Basketball Operations dell’Olimpia Milano, ha offerto una riflessione profonda sul legame tra leadership, equilibrio emotivo e vita di squadra.
«In una squadra ci sono persone diverse, tanto per cominciare. Lo spogliatoio non lo crea uno come se fosse un organizzatore di un camp per boy scout. Ci sono due cose fondamentali: le regole e la disponibilità a viverle. Se non le si vive insieme, diventano imposizioni, e poi si cerca di evaderle», ha spiegato Messina, evidenziando come la salute mentale del gruppo nasca dalla condivisione e dal rispetto reciproco.
Il coach ha poi ampliato la prospettiva parlando di ruoli e dignità: «Negli sport di squadra non tutti fanno tutto. Ci sono quelli più bravi e quelli meno bravi, ma bisogna avere rispetto per tutti i compiti. Il rispetto non deve andare solo a chi fa venti punti o segna i gol, ma anche a chi fa le cose che non si vedono e che sono fondamentali per il funzionamento della squadra.»
A questo equilibrio si aggiunge una componente più intima: la fiducia.
«L’intimità è quando ti apri completamente agli altri, nelle tue cose positive e in quelle negative. Se ci sono regole condivise, rispetto dei ruoli e intimità, siamo a buon punto. Poi serve qualcuno che traini il gruppo. Quando l’allenatore esce dallo spogliatoio, deve esserci qualcuno che dica: “Magari non l’ha detto bene, ma ha ragione: dobbiamo farlo”. Lì comincia a esserci uno spogliatoio di quelli belli, di quelli che ti fanno essere contento.»
Il tema della paura è emerso come una delle chiavi centrali del suo intervento:
«Io sono trent’anni che mi diverto un sacco a fare gli allenamenti, e se potessi non andare alle partite non andrei. Vivo la partita come un esame, per me e per la mia squadra.»
Messina ha ricordato un dialogo con un suo giocatore: «Mi disse: “Tutti abbiamo paura prima di andare in campo. Paura di essere giudicati, paura di giocare male, paura di sbagliare”. La differenza è tra chi trasforma la paura in aggressività e chi ne viene travolto. Chi riesce a trasformarla reagisce, chi si lascia sopraffare diventa passivo.»
Dalle paure individuali alle pressioni collettive, il passo è breve.
«Nei sei anni che ho lavorato negli Stati Uniti, anno dopo anno aumentava il numero di giocatori che esprimevano il proprio malessere e chiedevano aiuto per la salute mentale, superando la vergogna e le indecisioni. Ogni anno aumentava in maniera sensibile, e parliamo del livello più alto, l’NBA.»
In Italia, invece, la sensibilità resta più fragile: «Qui siamo ancora indietro, c’è una forma di pudore, la paura di essere marchiato come quello che non sta bene, e questo è molto preoccupante.»
Messina ha poi denunciato il peso dei social network e dell’esposizione pubblica: «Lo sport, soprattutto di squadra, è diventato un Colosseo, con il pollice su o giù. Da secondo in giù hai fallito. Mi è capitato di vedere giocatori che all’intervallo aprivano il telefono per vedere cosa si diceva di loro. È un livello di pressione inaccettabile. Quando ho iniziato, c’erano i giornali del giorno dopo. Oggi ogni parola o gesto è immediatamente pubblico.»
Sul tema della leadership, il coach ha usato una metafora cinematografica: «La gente va al cinema per vedere gli attori, non i registi. Io vado a vedere un film per Tom Hanks o Harrison Ford, poi magari scopro che il regista è Tornatore. È lo stesso nello sport: i protagonisti sono gli atleti, non l’allenatore. Il nostro compito è creare le condizioni perché possano dare il meglio di sé.»
Infine, una nota personale: «Lo sport mi ha dato tanto. Mi ha permesso di conoscere persone, girare il mondo, allenare grandi giocatori. Mi ha dato soddisfazioni, benessere per la mia famiglia e, soprattutto, mi ha aiutato a credere un po’ di più in me stesso. All’inizio ero quello che non faceva la doccia e andava a casa sudato.»
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