Sin dall’istituzione delle prime zone rosse, tra febbraio e marzo 2020, fu chiaro a molti che attraversando il tunnel dell’isolamento sociale si sarebbero creati e risvegliati dei traumi profondi, soprattutto in certe fasce d’età già in crisi da tempo. Ed oggi diversi studi, nonché esperti, avvalorano questa tesi, definendone l’estensione e le principali aree su cui intervenire per ricucire il tessuto sociale e con esso occuparsi del benessere mentale. Soprattutto quello dei più giovani, che sono stati esposti ad eventi senza precedenti, in una fase della vita già di per sé complessa, attraversata da riti di passaggio che si sono inevitabilmente interrotti a causa di una socializzazione limitata. A tal proposito, uno studio pubblicato su PNAS ha fotografato l’invecchiamento, precoce, del cervello dei bambini e degli adolescenti tra i 9 e i 17 anni, quale effetto del periodo di isolamento e conseguente stress indotto dalle restrizioni pandemiche. Quest’ultime hanno generato un vero e proprio “trauma di massa”, i cui effetti hanno sì iniziato a prendere forma durante i lockdown, ma sono poi diventati manifesti con le riaperture. Un altro studio, pubblicato su JAMA e realizzato in Italia, ha infatti preso in considerazione l’accesso ai pronto soccorso (PS) di 9 ospedali universitari, riscontrando un aumento dei problemi legati alla salute mentale tra i bambini e gli adolescenti, avvenuto proprio in concomitanza con la riapertura delle scuole post lockdown. Tra le fonti di stress più impattanti, secondo i ricercatori, rientra proprio la scuola, con la sua pressione sulle performance, le aspettative dei genitori e le difficoltà relazionali che si accompagnano alla socializzazione coi coetanei. Ed oltre ai giovani, tra i soggetti che hanno manifestato un peggioramento della propria salute mentale durante la pandemia, vi sono anche coloro che in periodo pandemico non erano vaccinati e hanno contratto il Covid-19 in forma grave. A rivelarlo è una ricerca, pubblicata su JAMA Psychiatry, che ha osservato un campione di oltre 18 milioni di inglesi che hanno contratto il Covid-19, e riscontrato come, nel caso di soggetti non vaccinati e gravi, vi sia stato un aumento dei disturbi mentali, tra cui la depressione, presente anche a distanza di un anno dall’infezione. L’incertezza e la paura del contagio hanno favorito il rischio di presentare forme di depressione e altre malattie mentali gravi, mentre tale incidenza è stata molto più bassa per coloro che erano vaccinati. E se all’inizio della pandemia ci si chiedeva se saremmo usciti migliori o peggiori, oggi sappiamo che, dal punto di vista della salute mentale, i dati sono eloquenti e mostrano lo sviluppo di un’emergenza sanitaria, per la quale l’unico rimedio è ripensare all’approccio alla malattia e quello delle cure.
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