Dall’infanzia all’adolescenza è un susseguirsi di riti di passaggio che accompagnano i più piccoli verso l’età adulta, in un perenne tira e molla tra l’abbraccio materno e quello del mondo circostante. Ne abbiamo parlato con Federica Pelligra, psicoterapeuta, psicoanalista, docente IRPA, Presidente di Gianburrasca Onlus (Centro di clinica psicoanalitica per il trattamento e la cura del disagio infantile), Associazione aderente a Jonas Onlus. Analizzando il rapporto tra il bambino e la famiglia d’origine, e come quest’ultima può sostenere l’incontro con la mano dell’insegnante.
Che cosa vuol dire per un bambino il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria?
Per un bambino l’ingresso nella scuola primaria rappresenta un momento di separazione dal campo familiare che, sebbene sia già iniziato alla scuola dell’infanzia, comporta qui un ulteriore passaggio sia per il bambino sia per i genitori. La scuola dell’infanzia, che non a caso veniva denominata “materna”, sancisce infatti il primo momento di separazione tra il campo materno e il bambino. Con quest’ultimo che lascia andare la mano della madre per afferrare quella dell’insegnante. Questo passaggio non avviene da sé, ma deve essere permesso e sostenuto dai genitori affinché il bambino possa fidarsi di un adulto che non sia inscritto nel campo familiare. Durante tale separazione ed inserimento di una nuova figura di riferimento, che necessita inevitabilmente di un investimento psichico e relazionale, il bambino è altresì soggetto a una regolazione della postura del proprio corpo, all’incontro con le regole sociali e alla possibilità di imparare, scoprire e avere le prime esperienze di socialità. Da un lato troviamo l’obbligo di stare seduto, di imparare il linguaggio e i saperi, e dall’altro l’incontro con altri bambini e la nascita delle amicizie. In queste fasi, la curiosità di un bambino è il segnale che esso si è sufficientemente separato dal campo familiare per poter investire in quello scolastico, passando così dalle cure particolari della madre a quelle collettive, rappresentate dai compagni e dall’istituzione tutta.
Come i genitori possono sostenere questo passaggio?
Parto con una premessa: il legame tra la madre e figlio è per antonomasia quello più importante per l’essere umano. È una presa che dura molto a lungo ed è indispensabile per la vita, nella quale il bambino amato e desiderato è colui che ha ricevuto le cure particolari materne. La scuola rappresenta un grande evento nonché il banco di prova di una separazione che è complessa sia per il bambino sia per la madre. La socializzazione implica sempre una sorta di dematernalizzazione del bambino dalla madre. Se questo passaggio è stato già un po’ sperimentato e sostenuto nel campo familiare dalla madre e con il supporto del padre, sarà meno complesso per la madre cedere il proprio figlio nelle mani dell’insegnante per favorirne l’ingresso nel campo sociale. Sarà infatti l’insegnante, da qui in avanti, ad accogliere il bambino e aiutarlo nell’inserimento del gruppo dei compagni, cercando al contempo di valorizzare i talenti e le attitudini specifiche. L’insegnante fungerà da ponte e da alleato tra due realtà, quella famigliare e quella scolastica. Se questo passaggio non è sufficientemente sostenuto dalla funzione genitoriale può accadere che il bambino incontri delle impasse. Ossia delle difficoltà, transitorie, degli inciampi che hanno a che fare con il problema del distacco, o sintomi che possono riguardare la sfera del linguaggio, del corpo o dei disturbi dell’apprendimento. Ciò che constatiamo nel discorso sociale contemporaneo è il sostegno di una forma di “eccesso” di presenza dell’altro che può tradursi in una tutela e protezione del bambino dall’alterità, dalla differenza di ciò che non è familiare. Di fatto a scuola il bambino fa esperienza dell’alterità, dell’altro, della differenza; ma laddove c’è incollamento, assillo della presenza, protezione dal trauma c’è anche rifiuto dell’alterità. Vale a dire che il bambino fatica a riconoscere l’altro come tale, perché c’è un rifiuto di ciò che è estraneo e la tendenza da parte dell’adulto è di proteggerlo da questo. In questo senso possiamo incontrare fenomeni di chiusura o di rifiuto verso il simile. E tanto di più il bambino è aspirato dal campo familiare, tanto meno il bambino sarà capace di trasferire l’interesse rivolto al sapere. Dunque se l’adulto sostiene l’andare verso il mondo, la scuola e il sapere, allora per il bambino sarà più facile rinunciare un po’ all’altro familiare ed essere trasportato verso gli altri e volto a costruire e sviluppare il proprio pensiero. E’ in questo doppio movimento genitoriale “esserci e lasciare andare”, in questo atto d’ amore, che possiamo scommettere sulla posizione genitoriale che come tale non ha alcuna garanzia, ma che può essere incarnata solo da una testimonianza singolare e particolare di ciascun genitore.
E come possono favorire gli insegnanti questa relazione tra i mondi del bambino?
Per un verso l’insegnante incarna la legge sociale, l’autorità affinché il bambino impari a stare nel gruppo, per un altro rappresenta anche la possibilità di incontrare una testimonianza di amore autentica per il sapere. Laddove, infatti, c’è un insegnante che insegna con passione, con eros, allora può esserci incontro con il desiderio. È la voce dell’insegnante a rendere vivo il sapere e a rianimarlo costantemente. Nel suo lavoro sull’erotica dell’insegnamento Massimo Recalcati insiste proprio su questo punto: laddove c’è un insegnante che insegna con eros può esserci incontro con il desiderio. Un insegnante è quindi colui che può valorizzare le particolarità di un bambino, animare le sue attitudini e sostenerle. Dare la possibilità al bambino di incontrare una passione, un desiderio, che possa poi essere coltivato nel tempo e trasformato in una risorsa per il suo futuro.
Che cosa succede al bambino quando esce dall’età dell’infanzia e si avvicina alla pre-pubertà e all’adolescenza? E che cosa comporta il passaggio alla scuola secondaria?
Il tempo dell’adolescenza comporta l’attraversare una vera e propria “terra di mezzo”, dove le forme e i costumi dell’infante cedono il passo a quelli del giovane adulto. È il tempo dell’elaborazione del lutto di un corpo che non è più quello di un bambino e della scoperta che i genitori non sono infallibili. È un passaggio che può essere complesso perché nel separarsi l’adolescente ha spesso bisogno di attaccare i propri genitori o la necessità di passare attraverso la trasgressione della legge che governa la società per rivendicarne una sua. O, al contrario, può succedere che non passi attraverso la trasgressione ma attraverso il conformismo alla legge. Tuttavia, la questione non cambia, perché sono due facce della stessa medaglia. E se è vero che il giovane deve separarsi dai genitori, dal mondo adulto, per poterci entrare in un tempo successivo, questo non significa che essi debbano però farsi da parte, anzi, questo è il tempo in cui i genitori possono offrire ai figli, in termini di testimonianza, ciò che li appassiona e ciò che desiderano. Non si tratta di offrire un modello o un esempio ma di incarnare un amore per la vita. L’incontro con questo può dare la possibilità ad un figlio di costruire un suo senso e di trovare la propria strada nel mondo. Si tratta, in fondo, di assumersi la responsabilità di essere diventato adulto, di avere un posto. In questo senso la società, la scuola, gli insegnanti e i genitori possono aiutare il giovane in questo compito. Per i genitori si tratta di dare tempo e fiducia perché i figli trovino una loro via, senza avere paura che crescano o che compiano degli errori. Si tratta di dare il tempo necessario perché ciascun figlio incontri il proprio desiderio, il proprio talento. Quello dell’adolescenza è a tutti gli effetti il tempo dell’invenzione, della costruzione e di un “nuovo inizio”.
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