Il Prof. Claudio Mencacci, – Medico psichiatra, Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, Past President della Società Italiana di Psichiatria e Presidente della Fondazione Onda – ci descrive lo stato in cui versa il Sistema Sanitario Nazionale quando si parla di Salute Mentale, evidenziando il contributo che la prevenzione e l’investimento di risorse, in punti strategici della sanità, può avere sui giovani. Giovani che ad oggi presentano un peggioramento della loro salute mentale, un fenomeno già in atto nel periodo pre-pandemia.

Prof. Mencacci, qual è il ruolo che svolge la prevenzione nella gestione dell’ansia e della depressione nei giovani?

Partirei tratteggiando un quadro generale con una serie di dati. Primo, più di un adolescente su 7, in un’età compresa tra i 10 ai 19 anni, convive con un disturbo mentale diagnosticato, ed in questo numero, il 40% delle diagnosi è rappresentato da depressione ed ansia. Questo ci aiuta a ricordare che il 75% dei disturbi mentali si manifesta in maniera sintomatologica entro i 25 anni. Ci sono ovviamente disturbi che compaiono in maniera precoce, e mi riferisco a quelli dal lato del discontrollo degli impulsi e dei disturbi d’ansia, poi quelli del neurosviluppo (spettro autistico ADHD), e infine ci sono tutti i disturbi depressivi e quelli dello spettro psicotico.

Esiste poi un grossissimo studio, pubblicato nel 2022, che ci dice come l’età di insorgenza (del disturbo mentale) prima dei 14 anni sia del 34.6%, prima dei 18 anni del 48,4% e del 62,5% prima dei 25 anni, e ciò significa che un adolescente a cui è stato diagnosticato un disturbo mentale avrà un rischio 6 volte superiore di ricevere una diagnosi di disturbo psichiatrico da giovane adulto. Così come, se un adolescente ha manifestato sintomi psichiatrici lievi / sotto soglia ha un rischio 3 volte superiore di ricevere una diagnosi quando diventa adulto.

Questi numeri ci aitano a maturare la consapevolezza del ruolo svolto dalla diagnostica e dal riconoscimento precoce del disturbo, anche alla luce del fatto che già pre-pandemia era in corso un aumento dei casi. Gli studi, già dal 2010 fino al 2019 infatti, mostravano un aumento dell’ordine del 15%, poi c’è stato un balzo col periodo della pandemia, a causa dell’interruzione del lavoro e delle relazioni. La rottura dei contatti sociali ha spinto a un progressivo isolamento, ma anche a una sorta di immobilizzazione emotiva per un numero enorme di adolescenti. E qui ha avuto origine una crescita sia della patologia depressiva sia di quella ansiosa, con numeri tra il +25% e il +27%.

A tutt’oggi abbiamo inoltre un ritardo, nell’ordine degli 8/10 anni, con il quale i bambini e gli adolescenti ricevono cure adeguate. Basti pensare che solo poco più della metà dei bambini per i quali la medicina di base richiede un intervento specialistico, anche un solo appuntamento con lo specialista, lo ricevono. Dal canto mio e dei colleghi, quello che abbiamo segnalato negli anni è che i fattori che ritardano il riconoscimento e la diagnosi, nonché la presa in carico, sono molteplici.

Primo tra tutti, la disinformazione: si tende spesso a minimizzare, dicendo che “si tratta di momenti transitori” o “che passeranno”, eppure questa è una forma di negazione. Segue la non adeguata formazione della medicina di base, dei pediatri: sono quelli con maggior possibilità di contatto e quindi l’investimento è da fare su di loro. Poi c’è il mancato riconoscimento dei sintomi da parte dei famigliari. Infine, c’è poi grande paura dello stigma, con annesso timore di essere etichettati, con la conseguenza che per evitare poi tutto ciò si arriva ad affrontare il problema con 8, se non 10 anni di ritardo.

Poi ci sono i dati sulle carenze, da quella dei servizi dedicati alla salute mentale – allo stato attuale – mancano all’appello 13.000 operatori, alla mancata spinta nell’utilizzare gli stessi criteri diagnostici adottati per gli adulti. Mancano anche i servizi di transizione, ovvero quelli che si occupano degli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, fino ai 20. Questi sono tutti elementi che ritardano la diagnosi e la presa in carico, sapendo che però ciò si riverserà poi sul futuro degli adolescenti.

Tutti questi ritardi e lacune avranno anche dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale. Se sì, quali?

Sì, la salute mentale impatta su una percentuale del PIL pari al 4%: pesa oggi e peserà in futuro sempre di più. Un concetto, questo, che la società scientifica e le istituzioni, come il Comune, cercano di far presente in ogni occasione. Quali sono le aree da potenziare? Il tema di sempre è il riconoscimento precoce dei segni di un disturbo mentale. Campagne di sensibilizzane nelle scuole, maggiori informazioni ai genitori e screening. Abbiamo paura di farli, anche se li facciamo su tutto.

Si potrebbe, ad esempio, eseguire degli screening sulla depressione e sull’ansia a partire dai 12 anni. Occorre poi maggiore accuratezza nelle diagnosi ed appropriatezza delle cure, che possono essere sia mediche, sia psicologiche, nonché ambientali e cognitive, però bisogna mettersi nell’ottica di idee che debbano tutte essere effettivamente disponibili. Quando si parla di cure non si possono fare delle scelte ideologiche: si deve utilizzare quello che si sa che funziona.

Infine c’è il tema della riorganizzazione delle strutture. Che è un grosso tema che richiama quello dello scarso investimento che nel nostro Paese si fa in termini di salute mentale. Si consideri che per ogni cittadino italiano vengono spesi all’anno, dal Sistema Sanitario Nazionale, circa 60€ a fronte dei 510€ di un francese, 499€ per uno tedesco e 344 £ per uno britannico e 92€ per uno spagnolo, che è comunque un terzo più di quanto non si faccia in Italia. Si parla spesso della posizione dell’Italia nel G7 e dell’industrializzazione raggiunta, ma questi dati dicono altro.

Nel dettaglio, quelle da Lei elencate, sono le spese messe a disposizione dal fondo Sanitario Nazionale dei Paesi?

Sì, si tratta della spesa per la salute mentale. Si consideri che in Italia la spesa per la salute mentale è pari al 3% del fondo Sanitario Nazionale, mentre in Francia, per la stessa voce sono stanziati il 14,5%, in Germania l’11,3%. Quello che noi chiediamo è di arrivare almeno al 5/6%. Si tratta di richieste più che modeste, soprattutto se confrontate con la media degli altri Paesi UE, eppure non ci si riesce ad arrivare.

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